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Il contract? Una leva strategica

Competitivo ma in crescita, il settore dell’arredamento presenta ancora molte opportunità per le aziende che sapranno organizzarsi, e in qualche caso riorganizzarsi, al meglio. Nel 2017, infatti, questo mercato valeva al netto circa 425 miliardi di dollari americani. Tra i principali paesi importatori di mobili c’erano, e continueranno a esserci, gli Stati Uniti, la Germania, il Regno Unito e la Francia. Dall’altro lato, l’Italia si conferma al terzo posto tra i paesi che più esportano nel settore.

Con riferimento specifico al Bel Paese, il “World Furniture Outlook 2018” ha fatto luce sui trend del settore per il 2018, prevedendo un andamento crescente del mercato. In particolare, per il commercio estero di mobili è atteso, durante tutto l’anno, un aumento del 4% e più in generale una crescita dei consumi che si attesti almeno attorno al 3.5%. Nello specifico, tra i principali importatori dall’Italia non mancano mai altri paesi dell’Unione Europea e gli Stati Uniti. Quest’anno, in particolare, si preannuncia una crescita anche della domanda cinese e russa.

I trend 2018 per l’arredamento parlano chiaro: si registrerà un aumento delle esportazioni del 3% almeno. Queste statistiche, sostenute sia dalle vendite sul mercato interno che sui mercati esteri, porteranno a un aumento del valore della produzione in termini reali del quasi 2%. Per ricoprire un ruolo da protagonista in questa fase di crescita e di competitività, tra le opportunità da cogliere vi è sicuramente quella del contract nell’arredamento.

Design su misura e nuove produzioni seriali di qualità per il mercato. È questo il valore portato dal contract secondo l’architetto Massimo Iosa Ghini, che a Miami sta costruendo una torre di 66 piani, in stretta collaborazione con numerose aziende del made in Italy.

Il contract rafforza l’alleanza tra committenza, progettista e aziende, «cambia il paradigma commerciale – aggiunge Iosa Ghini – e fa saltare il meccanismo della distribuzione convenzionale». In ultimo, finisce per contribuire all’evoluzione della manifattura, consentendo alle aziende italiane di continuare a essere competitive su scala internazionale, distinguendosi per l’alto valore del progetto e non solo del prodotto.

Ecco che la centralità del progetto diventa decisiva.«Quando non c’è sul mercato un elemento, un prodotto, una finitura che serve per dare forma allo spazio, si disegna» – commenta l’architetto bolognese – «è uno stimolo per il progettista ma anche per l’azienda, che metterà in produzione qualcosa che non c’è, e che magari andrà a catalogo in seconda battuta».

Con il contract quindi la manifattura si evolve: la produzione si confronta con continue possibilità di ricerca e innovazione. Allo stesso tempo i progettisti possono portare valore al proprio lavoro attraverso il disegno di prodotti unici, ottenuti anche grazie a un dialogo immediato con le aziende. In questo rapporto sinergico si consolida la fiducia di entrambi: i progettisti non devono disegnare al millimetro perché si fidano dei produttori, questi ultimi contribuiscono proponendo soluzioni su misura, che a loro volta apportano valore aggiunto.

Progettisti e produttori dunque fanno squadra, alleandosi in un investimento comune a favore della creatività e della sostenibilità. E la committenza? In questo processo, il ruolo degli architetti è educativo. Bisogna cercare di spiegare agli investitori immobiliari che la realizzazione di un progetto di qualità crea vantaggi per tutti.

Sia che si tratti di architettura o product design, la sfida è sempre quella di cercare di mantenere una filosofia legata alla creazione di un progetto che consideri il budget e i vincoli funzionali, ma che allo stesso tempo esalti in ogni dettaglio la capacità delle aziende di design italiane coinvolte.